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venerdì 21 luglio 2017

L'amore ai tempi del colera: recensione

L'amore ai tempi dell'epidemia del tempo senza speranze è l'amore del nostro tempo?


Si torna con la recensione di un classico che cura le ferite dell'amore e dell'anima senza però lasciare il retrogusto amaro del tempo e del destino. Di seguito, troverete la breve recensione del capolavoro di Màrquez, un ottimo classico dal sapore esotico ed adatto ai lettori che sono alla ricerca di una storia che sappia raccontare la speranza senza cadere nelle illusioni. 

Scheda lettura


Titolo: L'amore ai tempi del colere
Autore:  Gabriel Garcìa Màrquez
Pagine: 370

Recensione

Voto: 9/10

Consigliato a chi è alla ricerca di un classico che unisca  moderata ambientazione storica e romanticismo

Il romanzo che nel 1982 è valso il premio Nobel a Màrquez è un misto di dolcezza e materialità. La storia, nota ai più, narra dell’amore, prima adolescente poi maturo, fra Florentino Ariza e Fermina Daza. Ci troviamo nelle terre della Colombia bagnate dal rio della Magdalena e dalle guerre civili di fine Ottocento. I due protagonisti, Florentino Ariza e Fermina Daza, sono macchiette sociali che sembrano non cumularsi adeguatamente con la società del tempo. 

Le vicende che imbrigliano il loro rapporto sono anacronistiche rispetto ai modi contemporanei, almeno nella prima parte. Oggi non si conoscono le passioni travagliate, gli escamotage romantici dell’amore, i sotterfugi del cuore, le complicità mancate e quelle deleterie. Viviamo nel tempo del manifesto e non è un caso che sia proprio il tempo ad avvicinarci a Màrquez e a far emergere la distanza fra il nostro tempo ed il suo. 

Lorenzo Daza ha sempre sognato un futuro socialmente dignitoso per la propria erede, rimasta orfana di madre a causa del colera. Si dà il caso, tuttavia, che fu proprio la sete di soddisfazione sociale la molla che ha allontanato i due giovani, amanti dai tempi delle lettere del giardino dei Vangeli. 
Florentino ha amato Fermina per caso, un giorno come tutti gli altri ma che cambiò i restanti. Fermina forse non lo ha mai amato, almeno non di quell’amore delirante e obnubilante. Mi chiedo se una donna tanto altera quanto lei abbia mai amato davvero.  Resta il fatto che il matrimonio con il dottor Juvenal Urbino non fece arrendere Florentino, nato già vecchio, già poeta. 

Le trecentosettanta pagine accompagnano ciclicamente con andirivieni temporali la paziente attesa di Florentino, le cui scelte hanno sempre seguito l’unico scopo della sua esistenza: l’amore di Fermina.  Màrquez, da buon narratore extradiegetico qual è, ci racconta delle donne che brutalmente e solo per pura passione del contingente hanno riempito la vita di Florentino. E in queste impietose descrizioni emerge la materialità grezza di amori corporei vuoti e nulli, effimeri espedienti biologici, droga per la solitudine. 

Nulla a che vedere con l’amore al profumo di mandorle amare e camelie per Fermina, seguita da lontano, in specchi dal riflesso eterno in un bar, in pubbliche apparizioni nella scia del suo profumo, fino al puzzo di vecchiaia delle pagine finali. 
Il tempo circolare di Màrquez culla il lettore nell’amara constatazione dell’illusione di poter vincere la morte. Anacronismo nelle premesse, attualità nelle conclusioni. L’amore fra due cuori provati dal tempo e dalla pelle molle è la profezia  allontanata  dagli amori odierni liberi di essere osceni, liberi dal romanticismo e dimentichi della pazienza. 

Forse è proprio l’illusione che il tempo possa eludere la morte, possa mascherarne i presagi, l’oppio speranzoso di Florentino. Forse il nostro tempo così veloce ha dimenticato la bellezza delle pause intrise di aspettative. Forse il nostro tempo è un tempo senza speranze. 


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